Le promesse del dormiveglia

   (una storia con protagonista Bat Giorgio)
    di Donato Dallavalle

 

Giorgino, che si auto-proclama "Bat Giorgio", al volante dell'Ape verde scuro con la quale fa le consegne, è uno dei miei personaggi preferiti de IL LETTO DI FORMICHE.
E' semplice, puro, incauto. Per questo ho deciso di metterlo al centro di una storia tutta sua... una piccola storia defilata, un po' folle, come lui.
Gli ingredienti sono pochi e semplici: una domenica pomeriggio splendida e troppo lunga, la stessa strana e magica pianura del romanzo, e una promessa...
Vedete Giorgio che corre trai campi bruciati dal sole? Sentite già il suo fiatone? Io si...

 

Giorgio avrebbe preferito che si avverassero... i suoi desideri. Non gli piaceva che rimanessero impastati nella dolce carezza del dormiveglia. Lì e solo lì, le cose per le quali pregava ogni sera, strizzando gli occhi al tramonto, quando tornava dal giro delle consegne con la sua "bat-mobile", l'Ape verde scuro della drogheria del padre, sembravano possibili...
...e all'improvviso la sua Ape si trasformava in un camioncino nuovo di fiamma e la Lori, la ragazza che si trascinava dietro al bancone del bar in piazza, accettava di farsi annusare il collo fresco... nel dormiveglia e solo lì, Giorgio riusciva a completare, tutto da solo e senza cancellature, una schedina... vincente.
Ogni domenica, da sveglio, ci provava e ogni domenica, quando la vocetta metallica della signora in radio gli dava torto, Giorgio correva fuori perdendosi nei campi gonfi della luce rossa del pomeriggio. Turi, il padre, non tentava nemmeno di fermarlo, tanto sarebbe ritornato per cena, come sempre.

Nel dormiveglia erano promesse ma via via che il giorno si consumava, tra le solite consegne, il caffè bruciato della Lori e il giro sull'argine a tutta velocità, le promesse diventavano illusioni.

Illusioni che poi evaporavano come sogni, la sera, aiutate dal tepore della sambuca, sorseggiata piano dal collo della bottiglia, seduto sotto un gelso nel campo del Miserocchi che, quando era ancora vivo, gli faceva compagnia... <<Mi fa bene bere la sambuca, altrimenti come la sterilizzo la dentiera?>>... e poi rideva, spalancando la bocca con i denti brillanti.
Stava bene con lui. il Miserocchi non sapeva niente di calcio ma dava un nome ad ogni uccello che attraversasse impavido il cielo davanti a loro. Airone cinerino, garzetta... e poi quell'altro con la crestina rossa così bella, così fiera, come si chiamava?

Le sue giornate finivano sempre così, sotto il gelso del Miserocchi, la bocca impastata di sambuca, gli occhi annegati nel sonno e nei sogni, il rumore della natura sempre più forte, sempre più dentro di lui.

Solo la domenica era diverso. Poteva passare nei campi tutto il tempo che voleva, tanto il babbo era troppo vecchio per stargli dietro e dopo aver mangiato cadeva stecchito sul lettone, cullato dalle cicale e dai risultati delle partite.

Solo allora Giorgino era davvero libero. Libero dalle consegne, dalle occhiatacce degli altri, dai "no" del babbo. Correre nei campi, domenica, era bello come vivere nel dormiveglia.
Tutto sembrava possibile, tutto sembrava così vero, facile. Come quella domenica...

Giorgio corse fino alla fila dei gelsi del Miserocchi. Si fermò qualche metro prima e cominciò a contarli lentamente. Non aveva mai imparato le tabelline... e pensare che quella puttana delle Filoni, la sua maestra, gliele chiedeva tutti i giorni. E lui, allora, cominciò a pisciarsi nei pantaloni, così poteva uscire e asciugarsi al sole, nel campo dietro la scuola, sullo scivolo o l'altalena o semplicemente stendendosi nell'erba, mentre gli altri bambini lo fissavano invidiosi dalla finestra. Anche Alessio provò la stessa tattica, una volta: si pisciò sotto mentre la Filoni lo interrogava nelle moltiplicazioni. Ma lui non fu fatto uscire. Si sentì solo un gran schiaffone e la guancia di quel banale imitatore cominciò a gonfiarsi. Giorgino rideva steso a terra, succhiando fili d'erba e inventando un nome per ogni uccello che vedeva in cielo. La memoria del Miserocchi, lui, non ce l'aveva mica.

Uffa, si era distratto ancora!
Giorgino ricominciò a contare i gelsi, riparandosi dal sole con la mano libera dai calcoli. Uno...due...cinque...otto... Otto! Giorgio planò sulle radici dell'ottavo gelso della fila, che in realtà era il quarto da sinistra, alzando un polverone che nemmeno con l'Ape lanciata sull'Argine avrebbe provocato.
Le mani frugarono nella terra e chiuse gli occhi. Avrebbe ritrovato dappertutto il fresco della terra smossa. Prima, però, riconobbe l'odore umido e saporito di quello che sotto la terra, aspettava.
Riaprì gli occhi e guardò. Nei palmi file di formiche impazzite seguivano le linee della mano come se volessero renderle più profonde... << Avrai una vita lunga, tanta fortuna negli affari.>> ... una zingara una volta gliel'aveva letta alla sagra di un paese vicino... ma era una finta zingara, faceva la cassiera in un supermercato.
Soffiò sui palmi e guardò volare le formiche, come fiori di tarassaco smossi dal vento. Spolverò la terra che era rimasta e finalmente guardò il suo tesoro...o meglio, la chiave del tesoro. Una piccola chiave arrugginita. Si, arrugginita, sporca ma bellissima.
Giorgio si asciugò il filo di bava che sentiva uscirgli dall'angolo della bocca, si alzò e corse via.
Era facile, doveva solo seguire la fila dei gelsi, attraversare la carraia ed entrare nel cortile.
Nessuno l'avrebbe visto, nessuno andava mai lì, così fuori mano... beh, nessuno a parte lui, quando portava al Miserocchi pane fresco e tonno in scatola. Non comprava mai nient'altro dalla drogheria... forse per quello era morto! Forse per quello nessuno, tranne lui, se n'era accorto!

Arrivato nell'aia si fermò un momento a prendere fiato. Sapeva di non essere più un bambino, la vedeva quella grossa ruga vicino alla bocca e vedeva anche Alessio, il suo compagno di scuola, che aveva già due figli grandicelli, oltre che una moglie, ma brutta da far paura. Ben gli stava. Lui, quando avrebbe avuto una moglie, l'avrebbe scelta bellissima, come la Lori... ma c'era ancora tempo. Lui sapeva di non essere come gli altri: lui aveva la chiave del tesoro.

Si spostò dal centro dell'aia, faceva così caldo quel giorno, e si avvicinò alla porta della fattoria. L'aprì con due giri di chiave. Era fatta! Ed era bellissimo! Lui, lì,da solo, una lunga domenica pomeriggio, un'intera casa tutta per lui.
Entrò piano, nel frastuono delle tèrmiti e delle tortore che abitavano in soffitta. Sapeva cosa doveva fare, di là, nell'altra stanza... ma non resistette e salì al piano di sopra. Aprì la porta della camera e senza pensarci saltò in piedi sul letto. Saltò e saltò ancora. Rise e urlò più che poteva. Si sentiva così libero, potente, non pensava nemmeno più al calcio e alla schedina... niente, solo saltare, solo i capelli che volano, la pancia molle che fa su e giù come fosse il marsupio di un canguro!
Su e giù, su e giù... si lasciò cadere sul letto, stremato. Respirò a fondo l'umido e lo stantio. Contò fino a centodue, come faceva sempre suo padre, quando doveva alzarsi la mattina, e poi scese dal letto.
Guardò un quadro appeso nel corridoio. Un campo durante la mietitura, con la trebbiatrice più grande e bella che aveva mai visto. Ma si vedeva che era finta, quella dello zio, sarà stata brutta, ma almeno era vera.
Tirò su con il naso e scese le scale. Era il momento. Doveva andare in cucina e farlo. Prendersi il suo tesoro.
Certo l'aveva già fatto un'altra volta ma aveva ancora un po' di paura.
Deve essere normale! Anche i pirati devono avere paura quando trovano il tesoro nella stiva della nave rivale, certo non lo fanno vedere... ma sono eccitati...
Ecco, anche Giorgio si sentiva così. Un pirata che senza nemmeno troppa fatica, aveva espugnato una nave nemica e la ripuliva di tutti i suoi tesori, volta dopo volta.
Superò il salotto ammuffito ed entrò in cucina. La stufa di ghisa al centro della stanza brillava come la prua di una nave. Si aspettava di sentire il rauco fischio della partenza da un momento all'altro.
Poi, lentamente, come se avesse paura che non fosse più lì, si voltò dove sapeva che doveva guardare.
Ed ecco il tesoro. Così, abbandonato su una sedia, dimenticato da tutti, ma non da lui... lui non era come gli altri. Miserocchi era accasciato sulla sedia con gli occhi al soffito e una mano aggrappata al petto. Era rimasto così da uno...due...cinque...otto...tredici... si, tredici giorni... così sulla sedia, la bocca aperta come quando rideva, il luccichio del sole sui pochi denti che gli erano rimasti. Il suo tesoro.
Si avvicinò alla bocca, senza badare all'odore nauseante che veniva dal di dentro, e guardò da vicino i denti. Ne tastò un paio ma alla fine scelse il più grosso. Era bello, liscio e luccicante come la corona della Madonnina. Lo tirò con tutte le sue forze, poggiando il piede sulla sedia, proprio tra le gambe aperte del Miserocchi. Era un osso duro! Chiuse gli occhi, diede un altro strattone e lo staccò di netto.
Giorgino sbuffò. Era venuto via così bene, era stato così facile. Beh, in fondo, non è che ci volesse molta forza, non c'erano quasi più le gengive...
Lo guardò ancora un istante. Le radici erano perfette.
Mise il tesoro in tasca e corse fuori, nell'aia inondata della luce cruda dal pomeriggio. Stava quasi per dimenticarsi di chiudere la porta. Si avventò scomposto sulla serratura, diede una prima mandata veloce che rimbombò nella casa vuota come uno sparo... poi, lentamente, ne diede anche una seconda... <<Non vogliamo che qualcun altro rubi il mio tesoro, no?>>
Avrebbe dato anche un terzo giro ma quella serratura non aveva mai funzionato molto bene, era vecchia e marcia come le gengive del Miserocchi.
Giorgino riprese a correre felice come una volpe con la gallina in bocca. Tornò all'ottavo gelso della fila, ricoprì di terra la chiave, prese fiato e scappò ancora, nei campi, calpestando l'erba e i ranuncoli, ridendo nel sole che gli cuoceva la fronte. Non si era mai sentito più felice, più importante.
Con una mano, stringeva nella tasca della camicia a quadrettoni, il suo tesoro, il suo regalo tintinnante.
Quando arrivò alla cappella, si fermò un istante per prendere fiato. Non stava bene farsi il segno della croce con il fiatone. Poggiò una mano sul ginocchio e si piegò in due guardandosi indietro attraverso le gambe aperte. Ora il cielo era la terra e la terra il cielo ma non avevano perso i loro soliti colori. Lo faceva sempre anche da piccolo ma poi gli girava la testa e il babbo doveva bagnarli la fronte con l'acqua fredda.
<<Scemo, sei uno scemo! Dovresti camminare a quattro zampe!>> gli diceva il padre, scuotendo la testa ma senza levare gli occhi dalla scodella ancora piena di vino rosso.
Giorgio si rialzò per provargli ancora una volta il contrario e prese fiato. Era al centro del crocicchio, proprio di fronte alla cappella di pietra bianca, piccola come il tabernacolo di un altare. Ma lui, lì dentro ci stava...e ci stava bene, lontano da tutti, la domenica, quando gli altri dormono, o vanno ai vespri nella chiesa grande...
Ormai non ci veniva quasi più nessuno lì. Qualche contadino, durante la settimana, qualche donna a cambiare i fiori... ma la domenica pomeriggio la Madonnina era tutta sua. Aprì il cancello di ferro battuto e si riempì di quel profumo fresco ma secco che c'era all'interno. Una piccola stanza bombata con due panche e un altarino di pietra lucida e polverosa. Giorgino si fece il segno della croce, con sicurezza, e alzò lo sguardo verso la Madonnina che lo aspettava su una trave al centro del piccolo altare, proprio accanto al crocefisso.
Fece due passi, cinque sarebbero stati troppi, e si inginocchiò.
Recitò in punta di labbra, quasi senza respirare, l'Ave Maria senza spostare lo sguardo dalle guance morbide, dagli occhi dolci e generosi della Madonnina. Poi timido, ma fiero, estrasse dalla tasca della camicia il dente scintillante.
<<Ecco, te ne ho portato un altro. E' ancora più grosso e prezioso dell'altro.>> schioccò rumoroso, nel silenzio del tabernacolo.

Giorgio si protese in avanti, come se avesse timore di avvicinarsi troppo e con fatica riuscì ad appoggiare la sua offerta ai piedi della statua, proprio accanto a quella della domenica precedente.
I due denti si scontrarono tintinnando, sotto agli occhi sottili del serpente che la Madonnina schiacciava con la sua santità... e un sandalo azzurro.
<<Ti prego, Madonnina, proteggi me, il babbo, la Lori e fa che possa vincere la Schedina la settimana prossima. Rendo grazie.>>

Giorgiò si rifece il segno della croce ma più in fretta, tornò verso il cancello di ferro battuto e fu investito dalla polvere rossa del tramonto. Si girò un'ultima volta ma non riuscì ad incontrare gli occhi della Madonnina. Si stavano spegnendo nel buio.

Chiuse il cancello dietro di sé e corse via per i campi ancora più velocemente di quando era arrivato. Le cicale smisero di cantare e in un attimo fu notte.

 

 

 

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